Pubblicato 21 Aprile 2011
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Riccardo Muti, Wolfgang Amadeus Mozart, The Chemical Brothers come Pininfarina, Bertone, Mendini? Il mixer come la matita? La puntina del giradischi come la squadra a T? Il concetto attuale di design riconduce indirettamente alle potenzialità del digitale, in cui la progettazione si trasforma e scopre il confine tra materiale ed immateriale.

Il linguaggio metaforico, lo stile iconografico e l’utilizzo concreto di tecnologie sono le tre dimensioni che delimitano lo spazio creativo dei nuovi designer (di cui Purodesign sente di farne parte), in cui l’immagine ed il colore sono il risultato finale delle idee prodotte. O semplicemente pensate.

RGB o CYMK, funzione macro, climax, autofocus, ctrl C + ctrl V, ftpzilla, dns, profondità di campo.

Cosa vuol dire essere designer oggi? E se fosse più corretto usare il termine e-designer? L’intuizione avuta dal Politecnico di Milano di coniare (nel lontano 2001!) la parola E-DESIGN era così azzardata oppure lungimirante? Probabilmente ai tempi era troppo difficile capire il rapporto diretto tra design ed internet, ma oggi suonerebbe come “banalità”.

La prestazione eseguita per il committente non è ancora il gesto indelebile di tracciare creativamente righe sui fogli? No! Il digital designer si trasforma in deejay, il cui gesto di mixare consecutivamente dei dischi si ripete davanti ad un computer e alle spalle di un tecnigrafo: mosse linguistiche, fotografiche, pittoriche, tecniche portano alla realizzazione di artefatti immateriali. Bit al posto dei materiali, pixel al posto dei centimetri.

Certo, le cuffie portate di traverso per coprire solo l’orecchio destro non faranno parte del kit del perfetto progettista, ma il rituale di cogliere la battitura giusta per dare lo start al prossimo disco è la riflessione speculare dell’unione di un’immagine di foglia di fico, con un testo redazionale ed un server web. 
Arriveranno le E-HITLIST? Preparate le dita, i piatti iniziano a girare.

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